“Se il nostro solo strumento è un martello, ogni problema assomiglierà a un chiodo”

Negli incontri sull’educazione empatica che svolgo a Milano, mi capita di ascoltare le mamme dire: “Non mi sento una brava mamma”, “Ho paura di fare qualcosa di sbagliato nell’educazione di mio figlio”.

Nella relazione con i nostri figli possono capitare dei momenti di sconforto. Quando crediamo che ci sia qualcosa di sbagliato in noi stessi o nella relazione con i nostri figli è possibile che ci sia una vocina dentro di noi che ci stia criticando e giudicando. Quando diamo giudizi su noi stessi come “brava o cattiva” o su gli altri ci stiamo allontanando dall’esperienza concreta e stiamo salendo nella nostra testa per giudicare e criticare noi stessi, in confronto con qualcosa che riteniamo buono e giusto.

Quando questi pensieri ci fanno sentire frustrate e sopraffatte vorrei che sospendessimo per un momento i giudizi e ci concentrassimo sull’evento concreto che ha scatenato tutte queste insicurezze e paure. Soffermarci sui fatti, rimanere ancorati a essi è un buon modo per non giudicare. Ad esempio: Vostro figlio lascia tutti i giochi o i suoi abiti sparsi per terra della sua stanza? E’ diverso dirgli: “sei proprio disordinato, questa stanza è un porcile!” (giudizio) invece che dirgli: “Vedo cinque giochi o vestiti sparsi per terra” (osservare i fatti senza giudicarli). Quando gli diciamo ciò che è o non è lo stiamo giudicando, quando gli diciamo ciò che osserviamo ci apriamo alla comunicazione con l’altro e in questo modo i messaggi che mandiamo sono molto diversi, perché non ledono l’autostima di nessuno.

Allo stesso modo quando diciamo a noi stesse che siamo delle pessime madri o delle madri severe o delle madri troppo molli ci stiamo giudicando in base all’ideale di mamma perfetta che abbiamo nella nostra testa. In realtà ognuno agisce nel modo migliore che sa adottare in quel momento.

Se riuscissimo a essere più consapevoli dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti scopriremmo che ci possono essere più modi per rispondere a qualcosa che ci accade o che vediamo che non ci piace. Quando critichiamo noi stessi, allo stesso modo, ci concentriamo su cosa non va in noi, invece che riconoscere quello di cui abbiamo bisogno.

Nelle relazioni è molto più efficace riconoscere ciò che possiamo fare, invece che concentrarci su ciò che non riusciamo a fare.

Siamo persone che emanano energia e tentare di non ascoltare o nascondere i nostri pensieri negativi su noi stessi o su gli altri e quindi i nostri sentimenti che ne derivano, non è molto efficace. Infatti, tutto ciò traspare nei nostri atteggiamenti, nel nostro tono della voce, nel nostro sguardo, nel nostro tatto. Questo turberà tutte le persone che ci sono vicine, anche se non diciamo nulla.

Allora forse cercare invece di essere più consapevoli di cosa ci diciamo quando sentiamo montare dentro di noi sentimenti come la rabbia, la frustrazione e lo scoraggiamento potrebbe essere invece una via per vivere la relazione con noi stessi e con gli altri in maniera più empatica. Ogni volta che esprimiamo un giudizio, stiamo in realtà parlando di un nostro bisogno frustrato. Quando una mamma dice: “Non mi sento una brava mamma” può forse voler esprimere il suo bisogno di considerazione. Una volta riconosciuto ciò di cui abbiamo bisogno, possiamo smettere di criticarci e cercare di fare qualcosa per sentirci meglio.

Una madre racconta: “Sono una mamma severa e mio figlio dice che sono la mamma peggiore che ci sia”. Questa mamma si sta giudicando severa, ma dietro a questa frase c’è una mamma che desidera il meglio per suo figlio, ad esempio in questo caso la madre desiderava essere sicura che suo figlio studi invece che passi molto tempo con i videogiochi. La strategia che sceglie per rispondere a questo bisogno è ripetere dieci volte al giorno di studiare oppure urlargli di smetterla oppure togliergli il videogioco dalle mani o ancora dirgli che è un lavativo ecc.. Tutte queste comunicazioni si riveleranno poi inefficaci e il figlio a sua volta la giudica dicendole che è la mamma peggiore che ci sia. Il bambino di fronte all’agire della madre è risentito forse desidera maggiore fiducia, rispetto per i suoi tempi. Nelle relazioni non c’è mai chi ha ragione e chi ha torto, il problema è che spesso ci si trova a utilizzare delle strategie inefficaci invece che esprimere i propri bisogni.

Questo esempio può aiutarci a uscire dai ruoli stereotipati in cui pensiamo che ci siano genitori bravi o cattivi oppure bambini ubbidienti o capricciosi. Ognuno cerca di esprimere se stesso nella relazione, nel miglior modo che sa adottare in base alla sua cultura, l’educazione e l’esperienza.

Se il genitore vede ogni problema con suo figlio come un chiodo userà solo il martello come strumento comunicativo, inteso come dare ordini, giudicare, sgridare, moraleggiare, imporre ecc… Questi metodi possono forse inibire inizialmente dei comportamenti, perché incutono paura nel bambino piccolo. Man mano che i figli crescono avere solo il modo impositivo per rispondere ai problemi educativi che incontriamo può portarci a un punto morto, dove scopriamo che i nostri figli non rispondono più come vorremmo e dove riceviamo sempre le stesse risposte: “No”, “Lasciami in pace”, “Lo faccio dopo”, ecc.

Stiamo forse cercando di giudicare noi stessi o i nostri figli invece che concentrarci sulla possibilità di poter cambiare le nostre risposte automatiche? Essere consapevoli dei nostri atteggiamenti interni e comunicare con empatia si può imparare e questo amplia i nostri mondi interpretativi e ci aiuta ad abbracciare l’umanità che c’è in ogni comunicazione, per aprirci a creare un clima di rispetto e di fiducia, dove non ci sono vincitori e vinti, ma dove c’è uno spazio in cui si è accoglienti dei bisogni di ognuno.

Possiamo darci la possibilità di guardare noi stessi con empatia, senza giudicarci? Possiamo offrirci l’opportunità di passare dall’idea che per ogni problema io genitore ti dico cosa devi fare”, al concetto che siamo dalla stessa parte a risolvere il nostro problema e a trovare una soluzione insieme?

Giuditta Mastrototaro

 

Libri consigliati:

Hilary Flower. Crescerli con amore: L’avventura della disciplina dolce. La Leche League League International. Brescia 2008

Thomas Gordon. Né con le buone e né con le cattive. Edizione Meridiana. Molfetta (Ba) 2001.

Giuditta Mastrototaro. Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica. Streetlib. Milano 2015.

Marshall B. Rosenberg. In famiglia… quale comunicazione?. Edizione Esserci. Reggio Emilia 2009.

 

Foto: Public Domain Licenza CC0